Novembre finiva senza che ci fosse stato un giorno nebbioso, così come era accaduto per ottobre prima. In una città in cui la nebbia non offuscava soltanto la vista ma racchiudeva tra le sue gocce grigie praticamente ogni risposta ai mali della comunità, era dunque un'evenienza che turbava senza sconvolgere. Come mangiare un panettone ed accorgersi, alla terza fetta, che non contiene l'uvetta: sempre di panettone si tratta, e non esiterai a mangiarne comunque un'ulteriore quarta fetta. Ferrara continuava a mangiarsi, masticando silenziosa quella stessa fetta da ormai troppi anni, e non si accorgeva che novembre finiva e le avevano portato via anche la nebbia.
I'm the next act
waiting in the wings
Non riconosce la gente per strada. Gridano il suo nome ripetutamente, fino a quando riescono a convincerlo che le crepe sull'asfalto non sono poi così interessanti. Sulle strisce pedonali indugia, ingaggiando un balletto con l'auto ringhiante: finestrini sono abbassati e appannati, ma riesce a distinguere chiaramente l'impropero. Potrebbe starsene seduto ore di fila sul muretto di marmo, ad osservare la vestizione dell'albero, per poi andarsene quando verrà premuto l'interruttore delle luci.
I'm an animal
Trapped in your hot car
Esiste la disciplina anche nei sogni? Mentre si chiedeva se la ritualità ha un effettivo risultato sul corso degli eventi, anche quella sera prima di salire i gradini cedette a reclinare la sua testa all'indietro a guardare le stelle. Aveva smesso di farlo spontaneamente da quando era diventato miope, ovvero quando un piacere si tramutò in sforzo e per metterle a fuoco aprire gli occhi non bastava, bisognava socchiuderli, e a volte neppure così le vedeva. All'epoca pensava che la parola disciplina non dovesse venire associata alle pulsioni emotive. Per soddisfare il desiderio di fissare puntini luminosi doveva essere sufficiente reclinare la testa all'indietro, e sarebbe stata la loro luce a raggiungere i tuoi occhi. Una specie di gioco di incastri, dove qualsiasi spinta o aiuto avrebbe avuto il sapore di contaminazione. Mettersi gli occhiali per guardare le stelle sarebbe stato come "barare", violare una sorta di predestinazione.
Molte estati dopo, si sentì in colpa una sera che vide una memorabile stella cadente e gli scappò di esprimere un desiderio. Oltre al lato vergognasamente retorico della situazione, nonchè molto poco scientifico, sentiva tutta la stupidità e l'inutilità del gesto, tanto che osò esprimere solo una parte del reale desiderio. Non credeva alle stelle, non credeva a se stesso e a quello che il suo stomaco misteriosamente pronunciava, e non gli riusciva di credere alla costruzione dei sogni. Il Caso era l'unico motore di tutto, un motore ecologico che non consumava idrocarburi, e nemmeno buoni propositi. I sogni non si potevano costruire, e non c'era bisogno di scaramantici tagli di nastro alla presenza del sindaco e delle principali autorità. Perchè dunque ammiccare di fronte a una stella cadente, in un atto di dubbio gusto morale, come se volessimo ricevere una tangente dal Destino?
I am all the days
that you choose to ignore
In tempi di recessione emotiva, possiamo farci bastare 5 minuti per settimane, possiamo tenerceli in tasca e palpeggiarli con i nostri consumati polpastrelli fino a renderli perfettamente levigati, chè basterebbe una pioggia per farli scorrere via. Però non piove, passano giorni e la nostra tasca rimane secca, intatta, con i nostri 5 minuti lisci e adagiati tra le pieghe della stoffa. Ti viene in mente quando ti pugnalorono con incomprensibili parole, mentre ora il peso di quei 5 minuti nella tasca ti fanno sembrare quel coltello una carezza tra i capelli. Sa molto di contrappasso, riuscire ad afferrarlo per il manico e farsi qualche taglio sul braccio, perchè hai voglia di sanguinare anche tu. Anche tu inutilmente come colei che ti comunicò la terribile verità: "a volte possiamo farci bastare anche solo 5 minuti". Incurante del rischio di farseli bastare per una quantità di tempo approssimante al "resto della tua vita", sodalirizzi a tal punto con l'ex-aggressore da comunicarglielo e promettergli che un giorno le spiegherai tutto. Novembre finisce senza aver mantenuto ancora la promessa, ormai dimenticata da entrambi. Fino a quando arriveranno altri 5 minuti ad appesantire la tasca, a riempire il buco lasciato dalle tue dita che ci provano a non tormentare la stoffa, ma è più forte di loro, sono più forti di te e di qualsiasi disciplina, qualsiasi consapevolezza.
You are all I need
I'm in the middle of your picture
Lying in the reeds
Ragioni sempre per metafore calcistiche. Pareggi in trasferta, 0-0 in casa, 3-0 in contropiede. Ragioni forse troppo, per metafore calcistiche, chè ti viene il sospetto di trasformare tutto quanto in partite su un rettangolo verde. Hai bisogno di sentire la palla scivolare sull'erba, hai bisogno di vedere sniffare la polvere bianca che delimita l'area di rigore e distinguere quello che è possibile da ciò che invece deve ancora accadere. Hai bisogno di un arbitro per mandarlo regolarmente a cagare quando non ti fischia rigore, hai bisogno di una simulazione per reclamare la moviola in campo, hai bisogno di un cross dalla trequarti che faccia alzare il centravanti e con lui tutta la tribuna. Hai bisogno di vederli in faccia, uno per uno, la gente sugli spalti, di vedere lo scettismo dei tifosi avversari, di sentirtelo addosso marchiato come un'etichetta indelebile, e hai bisogno dello stupore eterno dei tuoi tifosi quando al terzino viene fuori un tiro dai 25 metri che fa vincere la loro squadra. Hai bisogno dell'odore degli spogliatoi, della pelle unta dagli olii del massaggiatore, e delle grida scartavetrate sulla faccia dei giocatori da un allenatore che vuole occupare tutti i centimetri del campo. Tutti quanti. Hai bisogno di una palla che rotoli, di colpirla di interno destro e di sedurla con la suola destra. Ed è per questo che fai metafore calcistiche, che ti piace nemmeno troppo segretamente perdere. Ti piace vincere solo se c'è un perchè da sventolare, magari o soprattutto se portato di nascosto dentro lo stadio, nascosto nelle mutande come fanno gli ultrà con i petardi e i fumogeni. Tu segni, e la curva si ricopre di fumo blu nonostante i tornelli all'ingresso e i biglietti nominali, e tutti a chiedersi come sia potuto accadere.
I am a moth
who just wants to share your light
Riascoltare sempre le stesse canzoni, pur conoscendole ormai a memoria, è un po' come andare tutte le sere sempre nello stesso bar. Non è semplice paura del cambiamento, incapacità di accettare le proprie sconfitte (e quando mai avremmo combattuto, peraltro?) e disperato bisogno di appoggiarsi sopra a una spalla già bagnata dalle tue lacrime rinsecchite. C'è anche una perversione perfezionistica, nel imbucarsi ogni sera nello stesso locale, per delinerare ancora meglio un quadro perfetto (della situazione). Un'altra volta play, un altro colpo di scapello al capolavoro unico e irripetibile di noi stessi. L'egocentrismo sfrenato ci porta ogni sera allo stesso bancone, circondati dalle stesse facce color anice in cui possiamo rispecchiarci ed accorgerci quanto siamo belli, quanto siamo così noi stessi, così sicuri nei nostri pregiudizi sulle stelle, sul Caso e sul Destino. Ripetiamo gli stessi ascolti fino a svilirli, svuotiamo i soliti bicchieri fino a lasciare il segno delle nostre labbra su di essi e per farli venire via un ciclo di lavastoglia non basta. Bisogna romperli, senza ferocia ma con la pazienza e la laboriosità costruttiva di un artigiano, pazzo a tal punto da credere nella disciplina dei sogni. Paziente, sordo e cieco da passare il resto della sua vita a scolpire un tronco ancora radicato nel terreno.
I'm just an insect
trying to get out of the night
I only stick with you
because there are no others
Tutto ciò di cui ho bisogno è marrone come la terra che ho nei capelli, è risuonato come una cover. Tutto ciò di cui ho bisogno è colorato come le canzoni dei Beatles, e giallo come una palla da tennis. Tutto ciò di cui ho bisogno è inadeguato come un cd masterizzato in fretta prima di uscire al sabato sera, ed è sincero come un cd masterizzato in fretta prima di uscire al sabato sera. Tutto ciò di cui ho bisogno è conoscere gente sul treno, e di un ritardo sulla tabella di marcia. Tutto ciò di cui ho bisogno è sconosciuto come il giorno in cui accadrà, e rosso come le mie guancie. Tutto ciò di cui ho bisogno siede di fianco a me, e si chiama
Impossibile.
It's all wrong
It's all right
Noto con un mix di disgusto, soddisfazione e terrore la mia capacità di adattamento al cambio di situazione. Sabato pomeriggio un minuto prima ero in preda a una crisi di pianto per colpa di un header incluso che non ne voleva sapere di sputare fuori i dati corretti, un minuto dopo piombavo in piedi sulla sedia ad esultare per la conclusione di quella sottospecie di progetto web che mi ha tenuto inchiodato qui per tutto novembre. Il tempo di eseguire sobri festeggiamenti (un bicchiere di cocacola), e subito ero invischiato nella gelatina del Cazzeggio, dalla quale tento di ri-uscirne fino ad oggi, fino ad ora.
Mi sorprende, nello specifico, come per un periodo di tot giorni riesca a non fare nè pensare ad altro (mi addormentavo borbottando cicli if annidati), e mi basta raggiungere una parvenza di risultato per ritornare a giocare (e basta?) con i lego per terra sul tappeto. Doppia personalità.
Rinuncereste al vostro diritto di voto per un milione di euro?
Inizialmente penso: ovvio che tutti direbbero "si, subito". Poi ho pensato che era troppo facile stupirsi per risposte contrarie al sondaggio. Successivamente ho pensato che era troppo scontato pensare che fosse facile stupirsi di risposte contrarie al sondaggio. E infine, mentre cliccavo sul no, mi sono reso conto che non sapevo se sentirmi paraculo o patetico. Ma non tanto perchè rispondevo un candido no, quanto per le sensazioni indotte dai Cinici (mi correggo, i Realisti) che sentenziano l'ovvietà della maggioranza dei sì.
Nel frattempo,
votate.
E molle sotto i piedi di una improvvisazione
Ghiri gori per riempire la tela avanzata ad un bravo pittore
Domande per rispondere a domande senza risposta
Bugie decise indossate con tanta grazia da
Non farmi sentire nudo
Io non ho sentimenti, solo sensazioni
Marta sui Tubi - Post
Ora che so che gli Interpol
hanno chiuso con 3 perle del genere, l'invidia per chi era al concerto dell'autunno 2007 può farmi a pezzettini. Direi che può proprio divorarmi, prego faccia pure.
Milano, per una volta, "era" la verità.
Esempi di "integrazione": all'Ipercoop, nello spazio in galleria destinato alla ristorazione, hanno piazzato il kebabbaro. Ovviamente ripulito, rifinito, ordinato, senza l'alone di unto dei veri kebabbari, ma intanto ora in galleria, a fianco di umarell, coppie e famigliole a passeggio, ora ruota incessantemente un assimilato kebab. All'Ipercoop.
Allouein ormai è sdoganato, tempo qualche anno e gli ultimi clericali residui di polemica contro questa festa importata saranno sopiti, e chissà, persino la Chiesa inizierà a svuotare zucche vuote (metaforicamente già lo fa). L'italica critica ad Allouein si è conquistata il rango di "luogo comune",
come certifica l'ineffabile Sofri.
E va bene, arretriamo su tutto, cediamo il passo all'invasione straniera. Non è una critica reazionaria, Alluoein mi fa lo stesso effetto del Carnevale, ovvero totale indifferenza: sia quando mi travestivo da Arlecchino in terza elementare e non riuscivo a pigliare i palloni SUPERTELE dal Grande Carro, sia quando indossavo la giacca da militare di marina di mio padre per travestirmi da Nostromo cattivo due o tre autunni fa, pensavo esattamente la stessa cosa:
embè?. Non c'è livore quindi, è semplice costantazione che la
marea si alza sempre di più e che o si impara a bere acqua di mare, o si cerca di galleggiare. Oppure si va a fondo, come quelli che si lamentano che le piazze sono piene di extracomunitari e intanto tengono i loro bambini chiusi in casa perchè fuori fa freddo, fuori ti accoltellano, fuori è un brutto mondo. Dai, venite qua: vi compriamo una zucca da svuotare.

E così anche il sottoscritto ha deciso di dare il suo soporifero contributo alla babele dei
podcast.
Burro Fuso, trasmissione pseudowebradiofonica ipocalorica e sostanzialmente inutile, è pronta a colare nei lettori mp3 dei volontari che si presteranno all'ascolto.
Di cosa si parla? Di tutto e niente. Che cosa si ascolta? Tutto e niente. In poche parole, ho (ancora) un buco nella mia fitta agenda del Tempo Libero e ho deciso di condirlo con un podcast dal sapore artigianale e povero del burro.
Nella prima e forse ultima puntata:
- omaggio a
Zerovoglia, "storico" esperimento radiofonico di
Ciccsoft (oggi sponsor di Burro Fuso).
- intervista scomoda a
Simone, uno dei protagonisti di
Ferrara-Nordkapp 2007, che finalmente ci parla degli aspetti nascosti del viaggio
- l'ospite:
Lucea inizia spiegandomi come funziona il suo blog,
ArtedelNastrone vol.2, e degenera in retoriche disquisizioni sulle scene musicali odierne.
Infine, c'è anche e soprattutto la musica. Dai Grandi Classici si passa alle novità mondiali (con i
Radiohead) e italiche (con i
Canadians, provienenti dalla Cintura Veneta):
-
Radiohead 15 step
-
Rolling Stones She's like a rainbow
-
Canadians Summer teenage girl
-
Maximo Park Russian literature
-
Frank Zappa Willie the Pimp
Un grazie speciale a
Duba, aka
Uno dei Due Neuroni Pigroni, voce speciale della sigla della prima puntata.
Riguardo al
Profondo Rosso della Fontana di Trevi, indipendemente da come la si voglia vedere (commovente genialata VS pericoloso gesto "egoistico" da sopprimere) (che poi, per come la vedo io, è
entrambe le cose),
dicono bene i [dk]: perchè non ci abbiamo pensato noi?
Era così naturale in fondo, il sigillo a una situazione che abbiamo perennemente sotto i nostri occhi (chiusi). Alla fine recriminiamo sempre, sempre solo comunque, ma le idee vengono a qualcun altro. E noi ad arrivare un attimo o un'era geologica dopo, e sotto sotto invidiare tantissimo questi
qualcun altro. A dimostrazione del teorema: pure questa considerazione, l'ho dovuta leggere da un'altra parte (dai decay), per poi esclamare "cribbio, la penso anchio così!". In ritardo su tutto, su niente.
I Radiohead sono dei geni perchè fanno uscire un disco nuovo proprio quando hai esattamente bisogno di un loro disco nuovo. Di questo disco, con queste canzoni malinconicamente liquide e nervosamente tranquille. Che non sai sceglierne una, di preferita, perchè hai già scelto.
.
Gli sviluppi odierni conferiscono alla vicenda dei ritrovamenti un'aurea sinistra e grottesca. Meritano un post a parte insomma, per stilare e aggiornare l'elenco di quello che sta diventando un itinerante "ufficio di oggetti smarriti". Forse sono meno distratto mentre cammino per strada, forse sono coincidenze, forse sta per avverarsi una terribile profezia (che io non sto cogliendo, tra l'altro).
Ven 5 ott: passeggiando per Via Mazzini calpesto una carta da gioco. E' un 3 di quadri, e me lo infilo in tasca, con l'impronta della mia scarpa a insozzare i riquadri rossi. Che vorrà dire?
Dom 7 ott: seminascosta nel terriccio sotto una panchina, trovo una spilletta rossa, con impresso sopra un 76 nero.
Mar 9 ott: Trovata un piccolo ciondolino, a forma di G, fatto di brillantini. Aiuto.
Mer 10 ott: Sempre per strada, scorgo un tappo per lavandino (o doccia, dalle dimensioni) con relativa catenella. Non lo raccolgo, a differenza degli altri, in quanto non rappresenta un simbolo alfanumerico, e poi mi faceva pure un po' schifo l'idea di portarmi a casa un tappo di lavandino (o doccia). Ma pochi metri più avanti, ai piedi della mia Punto, timida staziona una monetina da 2 cent (olandese).
Ho spedito una cartolina da Ferrara, ovvero da
qui, sarà che in questi
giorni "internazionali" sembra di essere in un'altra città. Tra racconti in russo (tradotti) di Svetlana Aleksievic e disamine sugli scenari delle crisi mondiali di David Rieff (in inglese, senza traduzione chè le cuffiette erano finite), si respira un'inconsueta voglia di fermarsi ad ascoltare storie, opinioni e puntualizzazioni. Per l'incontro sul terrorismo addirittura
code fuori dal Cinema Apollo, e le 4 sale occupate con gente (giovane e non, venuta da tutta Italia) anche seduta per terra. Esaltante, rassicurante.
Uso il retro di una cartolina per rispondere a sms ormai avariati, facendo marcire la contemporaneità perchè tanto ormai siamo a-temporali per definizione. Facciamo dunque con comodo, pronunciando lentamente domande urgenti, aspettando risposte in ritardo che
non ci cambieranno la vita.
Pure io mi ricordo il tuo indirizzo a memoria, anche se sul cap avverto una leggera indecisione. Uno dei pochi riferimenti reali di una delle mie migliori proiezioni che la mia mente abbia prodotto. Spero che non ti sentirai offesa da questa certificazione, ma penso che l'abbiamo sempre saputo entrambi e abbiamo fatto semplicemente finta di nulla. E mi sono sempre sentito un po' in colpa, nel lasciarti proliferare come Proiezione, forse spaventato dal bruciare l'idea che avevo di te (e di me) con una banale conversazione sorseggiando un cubalibre. Ma poche persone hanno raggiunto quanto te un tale livello di definizione nelle mie proiezioni mentali, ti basti questo, dai. Il tempo è passato, a me non basta(va) più, il tempo ha rapito anche questa ennesima costruzione mentale.
Ma rimane sempre il retro di una cartolina, per farsi beffa dell'Anonima Sequestri. Tanto poi, vince comunque lei, senza farci la cortesia di chiedere un riscatto. Non è avara, è inevitabile.
Ieri sera passeggiando per Via Mazzini ho calpestato una carta da gioco. Era un
3 di quadri, e me lo sono infilato in tasca, con l'impronta della mia scarpa a insozzare i riquadri rossi. Che vorrà dire?
UPDATE: Oggi, seminascosta nel terriccio sotto una panchina, ho ritrovato una spilletta rossa, con impresso sopra un 76 nero.
UPDATE 2: Trovata una piccolo ciondolino, a forma di G, fatto di brillantini. Aiuto.
Entro in cucina a testa bassa, lo sguardo in direzione classica cestino. Però un particolare attira la mia attenzione, e sui polverosi soffitti dei mobili noto una mazza chiodata riposta dentro un vaso di vetro.
Chiedo: ma che ci fa una mazza chiodata in cucina, peraltro lassù così in alto è inusabile!
Mi sento rispondere: non è una mazza, è una patata che fa i fiori.
Boh, per me i Radiohead sono dei geni. Fare uscire un nuovo album e lasciare decidere a ognuno di noi quanto siamo disposti a pagarlo, è una
mossa che spazza via anni e anni di teorie sulla crisi dell'industria discografica.
E viene voglia di dargli lo stesso un pacco di soldi, solo per il gesto.
Però,
come dice Disorder, una via di mezzo non guasterebbe.
Ma, in ogni caso, oggi è una
data epocale
Ho sempre evitato di scrivere qualcosa il giorno del mio compleanno, lo trovavo futilmente celebrativo. Anzi, vi dirò, non ho mai capito quelli che in msn mettono il sottotitolo:
oggi è il mio compleanno (o surrogati simili). A che pro? A ricordare agli altri e a voi stessi COSA? Cosa
è il compleanno? Un altro anno trascorso senza che ci piombasse in testa un albero. Un altro anno in meno rispetto all'ipotetica prospettiva di vita. Un anniversario di qualcosa di cui dovremmo ringraziare, ma allo stesso tempo imprecare, tutti i giorni: la venuta al mondo.
Odio il mio compleanno, odio l'inesorabile rintocco del Tempo e la sua inevitabile puntalità e avidità. Se qualcuno si dimentica di farti gli auguri, il Tempo no, ha una memoria di ferro e uno staff iperprofessionale che subito, allo scoccare della mezzanotte, passa a requisirti un altro anno di vita, si porta via un sacchetto di sabbia dalla tua clessidra. E quindi non vedo assolutamente il motivo di celebrarlo, questa ricorrenza infausta, anche se c'è chi dice che ai funerali si dovrebbe
ridere. Giustissimo, se non fosse che non si tratta di una fine, ma di un
memento vitae, ricordati che stai vivendo, che qui il tempo passa, ricordati che hai ancora un sacco di cose da fare.
E non le stai facendo.
Ad un certo punto non me ne sono nemmeno accorto che stavo (sto) per compiere 25 anni. E' come se mi risvegliassi in pigiama, con i capelli arruffati e la bavetta alla bocca in mezzo a uno street-bar affollato. Non può essere vero che sto per compiere 25 lunghissimi anni, un quarto di secolo passato a prendere le misure all'adolescenza e nel frattempo lei è diventata un vestito troppo stretto e già da buttare, perchè scopre le caviglie, le braccia e mi fa sembrare magro e raggrinzito. Soprattutto, sono giorni di simulazione lavorativa molto simile alla realtà (lavorativa), e l'ultima cosa che mi verrebbe in mente sarebbe riflettere sul fatto che
sto compiendo 25 anni. L'atteggiamento migliore sarebbe ignorare questa data sul calendario e comportarmi come se nulla fosse (e infatti nulla è, infondo). Così farò, così anzi sto facendo, scrivendo le solite righe compensatorie di qualcosa che mi va di traverso. Compio 25 anni ma sembra non sia cambiato nulla, vittima di un incantesimo che mi fa sembrare nel corpo e nella mente un tardoadolescente alle prese con compiti in arretrato e guardiani rabbiosi. Mia mamma mi rivolge gli stessi premurosi sfanculamenti che mi dedicava anni fa, ed ormai si sono tramutati in un mantra da ripetere in sedute di
yoga alternative. E' tutto immutato, io sono e rimarrò perennemente "
inconcludente" e perennemente prossimo alla disfatta generazionale, secondo i canoni della madre. Lo so benissimo che la sua prospettiva è viziata e filtrata dai suoi, di fallimenti, e da una visuale oltremodo ristretta. Eppure per qualche secondo finisci sempre per crederci. Poi subentra questa consapevolezza che tutto sta cambiando, ma in realtà certi personaggi rimangono bidimensionali figure corredate da frasi tormentone, come nei Simpson Bart continua ad avere 10 anni e a ripetere a tutti di ciucciarsi il calzino, mentre nel frattempo viene dotato da aggioranti sceneggiatori di un pc collegato ad internet.
C'è una cosa che sono sicuro mi piaccia fare nella vita. Una cosa che compensa perfettamente tutti i difetti e le caselle vuote di cui sono costellato. Non ha importanza se a 25 anni ancora devo dipendere economicamente dalle paturnie di due dinosauri, o se (esempi a caso) sono 2 anni che non ho un contatto fisico con una ragazza, o se finiscono sempre col piacermi (quelle rare volte) ragazze ecoincompatibili col sottoscritto, o se mi autoconvinco che in fondo non è così male non essere fidanzati. Forse io sto bene nel rimirare l'impossibile, forse è così, preferisco l'immagine che costruisco e la appendo come se fosse il poster dell'Alaska al parabrezza. Togliamo il forse, iniziamo a toglierli piano piano dagli angoli del soffitto questi forse che mi zompano addosso come pesanti ragnateli bianche. E' secondario il fatto che mi venga scippata l'unica tesi fattibile per i miei debolissimi canoni da ingeniere, che non riesca proprio a fissare su una data qualsiasi del calendario un appuntamento qualsiasi con me stesso, non ha assolutamente nessunissimo valore che non so ancora "se e quando".
Potrei provare a discriminare l'ambiguo confine tra colpa e sfortuna, ma entrambi mi sembrano ormai solo clichè di una vita che flirta con la mediocrità anche nei suoi sporadici fallimenti. Tutto può mancare od essere irrangiungibile, fino a quando mi sarà concesso di continuare a fare quella cosa, limpida e sporca come un bicchiere di latte non pastorizzato: avere ventanni. Anche se ti comporti come un ottantenne pensionato o reagisci come un ottenne isterico, anche se hai il cinismo di un quarantenne o le illusioni di un sedicenne: avere ventanni così come stai cercando di fare da un pò di tempo a questa parte.
Sto tergiversando, non ho ben chiaro dove voglio andare a parare. Penso che avere ventanni voglia dire anche attendere qualcuno nonostante non sappia che lo stia aspettando, qualcun'altro che invece lo sa perfettamente e infine altri che non verranno mai a sapere della mia attesa. Penso che sia inutile, pressappochista, deleterio, illusorio, tergiversante, speranzoso.
Penso che ho voglia di ascoltare gli Oasis, nonostante tutto.
How many special people change?
How many lives are living strange?
Where were you while we were getting high?
Repubblica.it ritiene degno di nota la pubblicazione delle foto del
papa sferzato dal vento (cui dedica persino l'ormai mitica galleria in flash posizionata nella
colonna blu). C'è materia sufficiente per una
V-Week, caro Grillo Parlante, chè mentre tu pensi di levare una chiazza di sporco ne compare un'altra, e un'altra ancora. Sono e saranno sempre più onnipresenti di noi, lesti e mesti ad occupare tutti quei centimetri che la nostra beata indulgenza lascerà sempre residui. Ci sarà sempre una colonna blu di Repubblica.it a rappresentare lo specchio vero del nostro Paese.
Prima mentre parlavo di futuro ho preso a pretesto quel film che riguarderei qui e subito, la 25a ora. C'è un presente fatto di scadenze che si avvicinano, di titoli di coda a una parentesi durata troppo a lungo e inizio di parole così concrete e per l'appunto così esotiche: lavoro, treno, impegni. E' la mia 24esima ora.
Poi ci sarebbero polaroid nate già sbiadite, prodotte da una fantasia ambigua quanto una domanda innocente, che finora mi sto limitando ad appiccicarle alle pareti della mia stanza. Magari quando l'avrò ricoperta interamente, lasciando nuda solo la maniglia della porta, mi deciderò ad impugnarla e mettere in atto la mia 25 ora.
L'altro giorno strano sogno, feci. Più che per la trama, per il cambio di ritmo della sceneggiatura. Dapprima mi ritrovavo coinvolto nelle vicende come, ebbene sì, protagonista. Facendola breve, ero in un locale simil-messicano, dove avevano appena finito di suonare i Modena City Ramblers. Stavano portando via gli strumenti (c'era ancora Cisco come cantante) quando hanno messo su musica danzereccia, ma più sullo stile messicano per l'appunto. Appena svegliato pensavo fosse sulla falsariga di salsa&merengue (terrore) ma poi riflettendoci sopra era molto più simile a una Malaguena Salerosa. La ragazza assieme a me nel locale era restia a riversarsi a ballare, ma con la forza del sorriso (o con la forza E il sorriso?) la trascino nelle danze, e iniziano a guardarci tutti. Siamo bravi, talmente bravi che la storia prosegue, fino a ritrovarci a un concorso di ballo, con eleganti abiti di scena, io scuro e lei un vestito azzurro turchese bordato d'oro. Finita l'esibizione ci avviamo nel "dietro le quinte", più simile però a un museo data l'incomprensibile presenza di teche contenenti vasi al centro del corridoio. Lì alcune altre ballerine ci passano di fianco, e la mia compagna di ballo viene colta da una crisi di inferiorità. "Non preoccuparti, sei sempre e solo tu la più bella", le dico nell'orecchio. Poi usciamo, e sul portone, identico a quello di un saloon, veniamo accolti da colpi di sparo. Lei mi muore tra le braccia, i sicari se ne vanno sghignazzando sollevando polvere e tristezza. Ed ecco che avviene il distacco, mi trasferisco dal corpo del protagonista straziato a quello del telespettatore di questo pseudoromantico telefilm. Sono deluso, chiedo a voce alta perchè dovevano proprio ammazzare la Meravigliosa protagonista?!!, ed esco di casa dove assieme a me passeggiano delusi altri spettatori. Mi accorgo che stiamo percorrendo il vialetto che conduce proprio al locale teatro dell'assassino. Colpisco con un calcio un pacchetto di burro che si trova in mezzo alla strada, e mi sveglio.
Oggi ho bisogno di risposte.
E di domande, anche. E di interlocutori.
E sticazzi, aggiungerei.
babe it's time we give
something new a try
oh alone we may fight
so just let us be free